Rendimento dei Conti Deposito

I rendimenti dei conti deposito (specialmente quelli con vincoli a breve – medio termine) sono, come noto, particolarmente interessanti e competitivi rispetto a forme di investimento con similari orizzonti temporali. Ma perché le banche che effettuano operatività in conti deposito riescono a garantire dei tassi di interesse così elevati? In cosa investono i gestori di tali rapporti di servizio?

La garanzia del Fondo Interbancario
Cerchiamo di rispondere a questa domanda con maggior ordine, ricordando che i conti deposito offerti in Italia sono aderenti al Fondo interbancario di tutela dei depositi, ponendo pertanto il cliente al riparo dal rischio di default dell’istituto di credito depositario, entro i limiti di 100 mila euro per rapporto.

L’eventuale rimborso da parte del Fondo di garanzia avverrebbe inoltre in tempi piuttosto rapidi (20 giorni), potendo in tal modo garantire una maggior serenità al cliente che abbia versato i propri risparmi nelle casse della banca in difficoltà.

Minori costi
Comunemente (e, a nostro giudizio, superficialmente), si ritiene che gli istituti di credito “online” riescano a offrire delle forme di remunerazione così interessanti grazie al contenimento dei costi caratteristici: si pensi alla possibilità di evitare tutti gli oneri relativi alla presenza territoriale (apertura filiali, costi di sicurezza, di trasporto denaro, ecc.), con ciò che ne consegue in termini di risparmio economico. Tuttavia questa motivazione è, almeno in gran parte, un “falso mito”: abbiamo infatti osservato come, soprattutto nel corso degli ultimi anni, l’offerta di conti deposito abbia interessato anche istituti di credito già presenti sulla piazza in via ben più tradizionale, e che le banche che privilegiano una gestione a distanza non si siano certo risparmiate a porre in essere delle forme di promozione commerciale molto aggressive e molto dispendiose.

Il comportamento dei gestori
La ragione di questi elevati tassi di rendimento deve pertanto essere ricercata (anche) altrove. Se infatti il conto deposito a 18 mesi rende il 4,50%, ragioni di bilancio vorrebbero che il gestore del conto deposito investa in strumenti finanziari in grado di rendere almeno lo stesso tasso di rendimento. Nello scenario attuale, i tassi di interesse più elevati sono relativi agli investimenti nel lungo termine, tradizionalmente maggiori quando i tassi di interesse di riferimento sul breve calano, e quando il contesto finanziario diviene più teso.

In altri termini, quando lo scenario economico finanziario si evolve negativamente, generando maggiori incertezze sulla solvibilità delle controparti, gli investitori preferiscono accorciare il proprio orizzonte temporale, andando a incrementare la domanda di titoli a breve termine, e generando così pressioni al ribasso nei rendimenti degli stessi. Di contro, diminuisce l’interesse per strumenti finanziari a lungo termine, il cui valore reale potrebbe subire forti gap negativi nei confronti di quello nominale, inducendo pertanto a maggiori remunerazioni degli stessi.

Per quanto ovvio, il gestore dovrà anche tenere in considerazione il mantenimento di una positiva situazione di equilibrio, evitando di incorrere in rischi di liquidità che potrebbero portare l’azienda di credito ad una situazione di tensione finanziaria, mediante una opportuna diversificazione finanziaria.

Differenze tra Pronti Contro Termine e Conti Deposito

Il contratto di pronti contro termine (per praticità, PCT) è un’operazione attraverso la quale l’istituto di credito vende al cliente una quantità predeterminata di strumenti finanziari (l’operazione a pronti) impegnandosi a riacquistare la stessa quantità a una data e a condizioni di prezzo stabilite nella sottoscrizione originaria (l’operazione a termine). Il cliente verserà alla banca il prezzo riferito al controvalore dei titoli acquistati, ottenendo, al termine della transazione, un compenso maggiorato di un tasso di rendimento predeterminato.

Ma quali sono le differenze, nell’ottica dell’investitore, tra un investimento in conto deposito e quello in PCT ? Ecco alcuni punti fondamentali, che vi invitiamo a considerare nella valutazione dell’alternativo impiego.

Rischi
L’investimento nel conto deposito è assoggettato a scarsi rischi, in quanto il versamento – entro la soglia dei 100.000 euro – sarà adeguatamente tutelato dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Ulteriori rischi sono legati invece ai termini valutari (nell’ipotesi di investimento in conto deposito non in euro) e all’eventualità di vincolarsi a un rendimento inferiore alle alternative di mercato.

Per quanto riguarda l’investimento in PCT, invece, due sono i principali rischi aggiuntivi
Rischio emittente: è il rischio legato all’eventuale default dell’emittente degli strumenti finanziari che costituiscono oggetto dell’operazione di PCT. Il rischio è tuttavia a carico della banca non dell’utente, in quanto è la banca che nel contratto di PCT si obbliga a riacquistare i titoli oggetto dell’operazione a termine;
Rischio controparte: è il rischio legato all’inadempimento della banca, che non riesce a riacquistare a termine i titoli oggetti di contratto. In questa ipotesi al cliente rimane comunque la titolarità degli strumenti finanziari, che possono essere rivenduti sul mercato con il rischio di un introito inferiore rispetto al controvalore prestabilito.

Rendimento
Il rendimento del conto deposito, libero e vincolato, è di norma fisso e prestabilito al momento dell’accensione del rapporto. Per quanto riguarda i PCT, il rendimento è altrettanto predeterminato, e pari alla differenza tra il prezzo pattuito nell’operazione a pronti, e quello pattuito nell’operazione a termine. Al rendimento così ottenuto occorrerà detrarre una commissione fissa, di norma inferiore a 10 euro, a titolo di istruttoria della transazione.

Offerte Pubbliche di Acquisto e Strumenti di Difesa

Le offerte pubbliche di acquisto, che hanno a oggetto i titoli azionari quotati di una società, il più delle volte hanno la peculiarità di essere ostili, ossia dirette a conquistare il controllo della società obiettivo, a danno degli amministratori. La legge offre la possibilità di difendersi, sotto determinate condizioni, ma con il fine di favorire gli interessi dei piccoli azionisti e non quello di proteggere i manager
Il tema relativo agli strumenti a disposizione delle società obiettivo di un’offerta pubblica di acquisto, per difendersi dal tentativo di conquista, è stato molto dibattuto in questi anni, sia all’interno dei confini nazionali sia nell’ambito della Comunità europea, e la normativa in materia sembra essere arrivata alla fine del suo travagliato iter legislativo.

A testimonianza delle difficoltà affrontate nell’adottare soluzioni condivise da tutti gli Stati aderenti, la direttiva 2004/25/Ce sulle offerte pubbliche di acquisto, che deve essere recepita entro il 20 maggio 2006, relativamente agli strumenti di difesa ha dettato disposizioni solamente facoltative e non vincolanti.

L’attuale normativa italiana, disciplinata dall’articolo 104 del Testo unico della finanza, ha adottato il principio della passivity rule, principio che si basa sul divieto di compiere atti tesi a contrastare un’offerta.

Più in dettaglio, l’articolo 104 stabilisce che le società italiane, le cui azioni, quotate in mercati regolamentati italiani o di altri paesi dell’Unione Europea, sono oggetto di un’offerta di acquisto, devono astenersi dal compiere atti od operazioni che possono contrastare il conseguimento degli obiettivi dell’offerta, a meno che non siano a ciò autorizzate dell’assemblea ordinaria o di quella straordinaria, a seconda della natura del provvedimento; le assemblee deliberano, in ogni convocazione, con il voto favorevole di almeno il trenta per cento del capitale sociale.

In genere, quando si parla di società si intendono gli amministratori di questa; essi rappresentano i soggetti maggiormente esposti all’operazione, in quanto il primo atto che compie l’offerente, in caso di successo dell’Opa, è quello di sostituire i manager esistenti con quelli di sua fiducia; questo è il motivo per cui in questi casi si parla di Opa ostile, scalata o takeover.

La norma citata è posta a difesa dei soci e non della società, poiché i primi potrebbero essere interessati dall’offerta e quindi non desiderare che essa venga contrastata.

In ogni caso, gli amministratori e i direttori generali sono responsabili per gli atti e le operazioni compiuti.

Tornando ad analizzare i principi considerati dalla direttiva europea, oltre a quello della passivity rule, che, come si è appena visto, può prevedere l’adozione di misure di difesa durante l’offerta (post-bid defences), si hanno anche il principio della breakthrough rule, che rende inefficaci alcune difese preventive (pre-bid defences) durante l’offerta o in momenti successivi, difese costituite da norme statutarie che ostacolano l’esercizio del controllo da parte di chi ha acquistato la maggioranza azionaria come, ad esempio, i limiti ai diritti di voto, le azioni a voto plurimo o il trasferimento di azioni, e il principio della clausola di reciprocità che riguarda la possibilità, da parte di società di uno Stato membro, che applicano la passivity rule o la breakthrough rule, di non rispettare questi principi nel caso in cui siano oggetto di un’Opa lanciata da un offerente non soggetto alle stesse norme.

Definiti gli aspetti regolamentari, può essere interessante soffermarsi brevemente su alcuni aspetti più tecnici della materia. Questo approfondimento permette anche di chiarire alcuni termini usati nel linguaggio finanziario.

Una società, i cui titoli sono oggetto di un’offerta può difendersi dalla scalata, fondamentalmente, in tre modi
chiamare in soccorso una terza società, definita cavaliere bianco o White Knight, al fine di proporre un’offerta concorrente;
aumentare il costo dell’operazione che deve essere sostenuto dall’offerente, mediante opportune operazioni, come ad esempio convertire azioni con voto limitato in azioni con diritto di voto pieno (azioni di risparmio in azioni ordinarie), aumentare il capitale sociale, acquistare azioni proprie per sostenere la quotazione, effettuare operazioni di concambio a condizioni convenienti;
dismettere alcune attività, così da svalutare la società e ridurre l’interesse dell’offerente.

Queste operazioni sono denominate con la colorita espressione anglosassone poison pill, espressione in uso anche in Italia e di cui ci siamo appropriati traducendola nella nostra lingua in pillole avvelenate.

Molto interessante.

Altri Criteri per Scegliere i Titoli da Comprare

Zweig cerca un momentum in crescita negli utili, sia di breve sia di lungo periodo. Zweig paragona il tasso di crescita degli utili dell’ultimo anno di esercizio e dell’anno in corso nello stesso trimestre di referimento, con la crescita degli utili tra la somma totale degli ultimi tre trimestri d’esercizio e gli stessi tre dell’anno precedente
Il momentum degli utili

Per non escludere società che hanno avuto una forte crescita degli utili per azione nell’ultimo trimestre, soprattutto se sono in grado di crescere allo stesso ritmo nell’anno a venire, Zweig fa un’eccezione a questo criterio. Per questa ragione, accetta anche società il cui tasso di crescita nell’ultimo trimestre sia di almeno il 30%. Questo criterio, un po’ meno restrittivo, permette a più società di passare la selezione.

Zweig paragona anche la crescita degli utili nello stesso trimestre dell’anno precedente alla crescita di lungo periodo, sperando di trovare società in cui il tasso di crescita trimestrale sia più alto. Per questo motivo il criterio richiede che il tasso di crescita nello stesso trimestre dell’utile per azione sia maggiore del tasso di crescita dell’utile per azione sui tre anni.

Questo tipo di selezione ricompenserà quelle società che stanno beneficiando del ciclo aziendale attuale e dell’ambiente economico. Sette delle 17 società che hanno superato il filtro (tra quelle quotate in America) sono nel settore petrolifero e del gas, che nel 2000 è stato quello con le migliori performance. Dato che le condizioni economiche e di mercato variano, i settori che rientreranno in questa selezione cambieranno di conseguenza.

Il rapporto prezzo/utile

L’altra chiave di lettura usata da Zweig è il rapporto prezzo/utile. Zweig preferisce non investire in società che stanno alle estremità di questo rapporto, cioè troppo alto o troppo basso rispetto al mercato.

All’estremità inferiore operano due tipi di società:

società che stanno attraversando un periodo di crisi;
società che operano in settori trascurati dal mercato.

Il rischio di investire in società in crisi è troppo elevato, secondo Zweig, per giustificare l’investimento stesso, dato che il rischio mette in ombra qualsiasi eventuale guadagno.

elimina tutti i titoli stranieri quotati al Nasdaq o al Nyse;
elimina quelle società che fanno parte di categorie miste come i servizi finanziari e il settore immobiliare, dove di solito si trovano solo fondi chiusi e fondi fiduciari;
infine cerca di evitare i titoli che hanno scarsa liquidità, con bassi volumi di scambi giornalieri. Mentre è certo che l’investitore non avrà problemi di liquidità, è consigliabile definire un livello minimo di volumi scambiati quotidianamente.

Momentum

Oscillatore di analisi tecnica che segnala la velocità del trend del mercato o di un titolo. E’ dato dal rapporto tra il prezzo più recente e il prezzo ad una certa data in passato.D’altro canto, alcune società vengono trascurate dal mercato per le cattive notizie che riguardano la società stessa o il settore nel quale opera. In alcuni casi, queste visioni eccessivamente negative si affievoliscono e il titolo riguadagna posizioni raggiungendo un apprezzamento sopra la media. Diversi studi hanno dimostrato che nel lungo periodo questo tipo di azioni tende ad avere performance superiori alle società che hanno un p/e più alto.

Tuttavia, per la natura stessa della selezione fatta da Zweig, è difficile che vengano prese in considerazione società ignorate dal mercato, qualsiasi sia il motivo. Zweig nota che se ci si trovasse di fronte a una società con un rapporto prezzo/utile basso, rispettando le aspettative di crescita, si dovrebbe esaminare immediatamente il suo bilancio, per cercare eventuali dati discordanti.

Zweig dubita di quei titoli che si trovano all’estremità superiore, dove cioè il rapporto prezzo/utile è molto alto. Questi titoli corrono il rischio di dover affrontare le “ira” del mercato se non dovessero essere in grado di rispettare le aspettative. Tanto più alto è il rapporto prezzo/utile, quanto più alte saranno le aspettative sul titolo e ancora più dolorosa sarà la caduta se la società non dovesse rispettare le aspettative.

Idealmente Zweig seleziona titoli il cui rapporto prezzo/utile è vicino o solo leggermente superiore alla media del mercato. Non ama fissare dei tetti massimi, sostenendo che in realtà variano a seconda delle condizioni di mercato.

La forza relativa del prezzo

Nel suo libro, Zweig passa molto tempo parlando dell’andamento del prezzo e della forza relativa del prezzo delle varie società.

Zweig paragona il movimento del mercato e quello del titolo individuale, cercando società che abbiano una performance migliore del mercato. Un’azione potrebbe aumentare di prezzo, ma non allo stesso tasso di crescita del mercato. Per questo motivo, Zweig elimina quelle società che hanno un rendimento inferiore al mercato, soprattutto quando il mercato sta andando bene. Sostiene che se una società fosse buona come appare, dovrebbe avere almeno la stessa performance del mercato.

Come Comprare i Titoli al Momento Giusto

Nello scorso appuntamento abbiamo analizzato i primi due punti dell’acronimo usato da O’Neil. Questa settimana ci occuperemo della seconda parte della sigla C.A.N.S.L.I.M.
N: sta per “new”, che significa nuovo. Non importa quale sia la novità (un prodotto, un nuovo management, un cambiamento significativo del settore, il prezzo che ha raggiunto il nuovo massimo), l’importante è che vi sia un elemento nuovo (O’Neil dimostra nel suo studio la forte correlazione tra elemento di novità e performance di un titolo).

O’Neil ritiene che un titolo abbia bisogno di un catalizzatore per iniziare a crescere di prezzo. Nel suo studio sulle azioni vincenti ha scoperto che il 95% dei titoli vincenti ha una sorta di spinta fondamentale per spingere l’azienda oltre le concorrenti. Questo catalizzatore può essere un nuovo prodotto o servizio, un nuovo management dopo un periodo di performance senza lustro, o anche un cambiamento strutturale nel settore di appartenenza, come per esempio una nuova tecnologia.

Questi fattori, altamente qualitativi, non sono catturabili da un filtro molto facilmente. Tuttavia è possibile studiare le aziende che passano i primi due filtri per vedere se esiste una sorta di catalizzatore.

Una seconda considerazione sulla quale O’Neil si ferma molto è che gli investitori dovrebbero cercare aziende che mostrano forti movimenti di prezzo verso l’alto. O’Neil sostiene che le azioni che sembrano troppo apprezzate e rischiose spesso crescono ancora di più mentre le azioni che sembrano un buon affare sono in realtà destinate a crollare maggiormente. È quindi utile selezionare quelle azioni che stanno registrando dei nuovi massimi e che sono destinate ad avere prospettive di crescita anche dei volumi. Un titolo che registra un nuovo massimo dopo aver passato un periodo di correzione dei prezzi e di consolidamento è particolarmente interessante. O’Neil ritiene che un investitore deciso dovrebbe avere venduto da tempo un titolo, prima che questo possa registrare nuovi minimi.

Nel suo quotidiano, Investor’s Business Daily, O’Neil raccoglie quei titoli che hanno valori compresi in un intorno del 10% del loro massimo delle ultime 52 settimane e questo è uno dei filtri usati anche nel libro. Questo permette di non scegliere un buon numero di aziende che risulta essere meno interessante. Il numero di aziende che passerà questo filtro varierà a seconda del ciclo di mercato in cui ci troviamo. Molte aziende possano passare questa selezione in un periodo di forte crescita economica, mentre il numero si riduce quando si è in una fase di mercato orso.

S= Supply and demand: la piccola capitalizzazione più la domanda di volumi

Nel momento in cui il catalizzatore inizia a spingere verso l’alto il prezzo di un titolo, quelle aziende con un flottante inferiore crescono più velocemente delle aziende a elevata capitalizzazione.

Nel suo studio sulle azioni vincenti, O’Neil ha scoperto che il 95% delle azioni vincenti aveva meno di 25 milioni di azioni in circolazione, mentre la mediana per il gruppo era di 4,6 milioni.

O’Neil raccomanda di guardare al vero “flottante” dell’azione, cioè al numero di azioni realmente nelle mani del pubblico – determinato sottraendo il numero di azioni detenuto dal management dal numero di azioni in circolazione. A questo punto di possono selezionare le azioni con flottante uguale o inferiore a 25 milioni di azioni. Se usato da solo, questo criterio si è dimostrato essere uno dei filtri più restrittivi.

William O’Neil ritiene anche che il buyback, che riduce il numero di azioni in circolazione, sia positivo, perché riduce l’offerta delle azioni a disposizione del pubblico e fa crescere gli utili per azione.