Conti Deposito e Rendita Reale

Il rendimento è il vero punto di forza di questo “strumento finanziario”, che offre il vantaggio di un investimento a basso rischio (come BOT ed altri Titoli di Stato) e la sicurezza di un conto corrente bancario.

Tasso base
Le somme depositate sono remunerate al tasso base che, seppur offra un rendimento minimo, si adegua prontamente anche alle variazioni al rialzo delle condizioni di mercato, differentemente dal tasso attivo nominale di un conto corrente bancario.

Tasso vincolato
I clienti di un conto deposito hanno una possibilità in più per far crescere il rendimento della liquidità “parcheggiata”: vincolare le somme per un determinato periodo che normalmente prevede scadenze a 3, 6 o 12 mesi.
Optando per questa soluzione, il tasso di interesse cresce considerevolmente e, allo stesso tempo, rimane immutata la libertà di svincolare le somme che, nella maggior parte dei casi, saranno remunerate al tasso base.
Da rilevare che esiste un numero ristretto di banche che non prevede la possibilità di svincolo anticipato, tuttavia, in cambio di questo “sacrificio”, saranno offerti tassi di interesse superiori alla media di mercato.

Tasso promozionale
Infine, esistono conti deposito che prevedono un tasso promozionale particolarmente vantaggioso solo per un limitato periodo, ad esempio: per i nuovi clienti che aprono il conto entro un certa data si offre un elevato tasso di interesse per i primi 6 mesi, successivamente si passa alla remunerazione al tasso base.

Come calcolare il rendimento effettivo ?
L’unico “costo” che influisce pesantemente sul calcolo degli interessi è la ritenuta fiscale, la stessa applicata ai depositi di un conto corrente bancario.
Pur essendo un prodotto ibrido, a metà strada tra un investimento ed un conto bancario, il conto deposito non rientra nella categoria degli investimenti, come BOT o Obbligazioni.

Ricordiamo, inoltre, che tutti i conti deposito sono a costo zero, dunque, l’unico elemento che influisce sul guadagno effettivo è appunto la tassazione%.

Come Emettere una Ricevuta per Prestazione Occasionale

Avete intenzione di svolgere un lavoro saltuario senza l’angoscia della partita iva?
Fino a 5000 euro è permesso. Il fisco vi permette di svolgere lavori occasionali fino ad un ammontare lordo di 5000 euro, senza aprire partita iva. Potrete in questo modo arrotondare le vostre entrate rimanendo in regola col fisco.

Pagherete solo una ritenuta d’acconto del 20%. Nel caso la ricevuta sia intestata ad una società la ritenuta d’acconto la pagherà la società in questione, se trattasi di clienti privati pagherete la ritenuta d’acconto in sede di dichiarazione dei redditi.

La compilazione è molto semplice. Nel documento basta infatti inserire i dati delle due parti e quelle del servizio che è stato svolto. Per un esempio è possibile vedere questo  modello di ricevuta per prestazione occasionale sul sito Prestazioneoccasionale.com.

Aprite la partita iva solo se superate i 5000 euro di fatturato. Non affrettatevi. C’è sempre tempo! Addirittura se superate i 5000 euro potete pagare l’eccedenza come gestione separata e pagarci sopra i contributi rimanendo nel regime senza iva.

Oltre al limite dei 5000 euro sono però presenti due altre condizioni da rispettare per potere utilizzare questo strumento. La prima è che la collaborazione non sia continuativa, ma saltuaria. La seconda è che i giorni di collaborazione con lo stesso committente non possono superare trenta in un anno.

Rendimento dei Conti Deposito

I rendimenti dei conti deposito (specialmente quelli con vincoli a breve – medio termine) sono, come noto, particolarmente interessanti e competitivi rispetto a forme di investimento con similari orizzonti temporali. Ma perché le banche che effettuano operatività in conti deposito riescono a garantire dei tassi di interesse così elevati? In cosa investono i gestori di tali rapporti di servizio?

La garanzia del Fondo Interbancario
Cerchiamo di rispondere a questa domanda con maggior ordine, ricordando che i conti deposito offerti in Italia sono aderenti al Fondo interbancario di tutela dei depositi, ponendo pertanto il cliente al riparo dal rischio di default dell’istituto di credito depositario, entro i limiti di 100 mila euro per rapporto.

L’eventuale rimborso da parte del Fondo di garanzia avverrebbe inoltre in tempi piuttosto rapidi (20 giorni), potendo in tal modo garantire una maggior serenità al cliente che abbia versato i propri risparmi nelle casse della banca in difficoltà.

Minori costi
Comunemente (e, a nostro giudizio, superficialmente), si ritiene che gli istituti di credito “online” riescano a offrire delle forme di remunerazione così interessanti grazie al contenimento dei costi caratteristici: si pensi alla possibilità di evitare tutti gli oneri relativi alla presenza territoriale (apertura filiali, costi di sicurezza, di trasporto denaro, ecc.), con ciò che ne consegue in termini di risparmio economico. Tuttavia questa motivazione è, almeno in gran parte, un “falso mito”: abbiamo infatti osservato come, soprattutto nel corso degli ultimi anni, l’offerta di conti deposito abbia interessato anche istituti di credito già presenti sulla piazza in via ben più tradizionale, e che le banche che privilegiano una gestione a distanza non si siano certo risparmiate a porre in essere delle forme di promozione commerciale molto aggressive e molto dispendiose.

Il comportamento dei gestori
La ragione di questi elevati tassi di rendimento deve pertanto essere ricercata (anche) altrove. Se infatti il conto deposito a 18 mesi rende il 4,50%, ragioni di bilancio vorrebbero che il gestore del conto deposito investa in strumenti finanziari in grado di rendere almeno lo stesso tasso di rendimento. Nello scenario attuale, i tassi di interesse più elevati sono relativi agli investimenti nel lungo termine, tradizionalmente maggiori quando i tassi di interesse di riferimento sul breve calano, e quando il contesto finanziario diviene più teso.

In altri termini, quando lo scenario economico finanziario si evolve negativamente, generando maggiori incertezze sulla solvibilità delle controparti, gli investitori preferiscono accorciare il proprio orizzonte temporale, andando a incrementare la domanda di titoli a breve termine, e generando così pressioni al ribasso nei rendimenti degli stessi. Di contro, diminuisce l’interesse per strumenti finanziari a lungo termine, il cui valore reale potrebbe subire forti gap negativi nei confronti di quello nominale, inducendo pertanto a maggiori remunerazioni degli stessi.

Per quanto ovvio, il gestore dovrà anche tenere in considerazione il mantenimento di una positiva situazione di equilibrio, evitando di incorrere in rischi di liquidità che potrebbero portare l’azienda di credito ad una situazione di tensione finanziaria, mediante una opportuna diversificazione finanziaria.

Differenze tra Pronti Contro Termine e Conti Deposito

Il contratto di pronti contro termine (per praticità, PCT) è un’operazione attraverso la quale l’istituto di credito vende al cliente una quantità predeterminata di strumenti finanziari (l’operazione a pronti) impegnandosi a riacquistare la stessa quantità a una data e a condizioni di prezzo stabilite nella sottoscrizione originaria (l’operazione a termine). Il cliente verserà alla banca il prezzo riferito al controvalore dei titoli acquistati, ottenendo, al termine della transazione, un compenso maggiorato di un tasso di rendimento predeterminato.

Ma quali sono le differenze, nell’ottica dell’investitore, tra un investimento in conto deposito e quello in PCT ? Ecco alcuni punti fondamentali, che vi invitiamo a considerare nella valutazione dell’alternativo impiego.

Rischi
L’investimento nel conto deposito è assoggettato a scarsi rischi, in quanto il versamento – entro la soglia dei 100.000 euro – sarà adeguatamente tutelato dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. Ulteriori rischi sono legati invece ai termini valutari (nell’ipotesi di investimento in conto deposito non in euro) e all’eventualità di vincolarsi a un rendimento inferiore alle alternative di mercato.

Per quanto riguarda l’investimento in PCT, invece, due sono i principali rischi aggiuntivi
Rischio emittente: è il rischio legato all’eventuale default dell’emittente degli strumenti finanziari che costituiscono oggetto dell’operazione di PCT. Il rischio è tuttavia a carico della banca non dell’utente, in quanto è la banca che nel contratto di PCT si obbliga a riacquistare i titoli oggetto dell’operazione a termine;
Rischio controparte: è il rischio legato all’inadempimento della banca, che non riesce a riacquistare a termine i titoli oggetti di contratto. In questa ipotesi al cliente rimane comunque la titolarità degli strumenti finanziari, che possono essere rivenduti sul mercato con il rischio di un introito inferiore rispetto al controvalore prestabilito.

Rendimento
Il rendimento del conto deposito, libero e vincolato, è di norma fisso e prestabilito al momento dell’accensione del rapporto. Per quanto riguarda i PCT, il rendimento è altrettanto predeterminato, e pari alla differenza tra il prezzo pattuito nell’operazione a pronti, e quello pattuito nell’operazione a termine. Al rendimento così ottenuto occorrerà detrarre una commissione fissa, di norma inferiore a 10 euro, a titolo di istruttoria della transazione.

Offerte Pubbliche di Acquisto e Strumenti di Difesa

Le offerte pubbliche di acquisto, che hanno a oggetto i titoli azionari quotati di una società, il più delle volte hanno la peculiarità di essere ostili, ossia dirette a conquistare il controllo della società obiettivo, a danno degli amministratori. La legge offre la possibilità di difendersi, sotto determinate condizioni, ma con il fine di favorire gli interessi dei piccoli azionisti e non quello di proteggere i manager
Il tema relativo agli strumenti a disposizione delle società obiettivo di un’offerta pubblica di acquisto, per difendersi dal tentativo di conquista, è stato molto dibattuto in questi anni, sia all’interno dei confini nazionali sia nell’ambito della Comunità europea, e la normativa in materia sembra essere arrivata alla fine del suo travagliato iter legislativo.

A testimonianza delle difficoltà affrontate nell’adottare soluzioni condivise da tutti gli Stati aderenti, la direttiva 2004/25/Ce sulle offerte pubbliche di acquisto, che deve essere recepita entro il 20 maggio 2006, relativamente agli strumenti di difesa ha dettato disposizioni solamente facoltative e non vincolanti.

L’attuale normativa italiana, disciplinata dall’articolo 104 del Testo unico della finanza, ha adottato il principio della passivity rule, principio che si basa sul divieto di compiere atti tesi a contrastare un’offerta.

Più in dettaglio, l’articolo 104 stabilisce che le società italiane, le cui azioni, quotate in mercati regolamentati italiani o di altri paesi dell’Unione Europea, sono oggetto di un’offerta di acquisto, devono astenersi dal compiere atti od operazioni che possono contrastare il conseguimento degli obiettivi dell’offerta, a meno che non siano a ciò autorizzate dell’assemblea ordinaria o di quella straordinaria, a seconda della natura del provvedimento; le assemblee deliberano, in ogni convocazione, con il voto favorevole di almeno il trenta per cento del capitale sociale.

In genere, quando si parla di società si intendono gli amministratori di questa; essi rappresentano i soggetti maggiormente esposti all’operazione, in quanto il primo atto che compie l’offerente, in caso di successo dell’Opa, è quello di sostituire i manager esistenti con quelli di sua fiducia; questo è il motivo per cui in questi casi si parla di Opa ostile, scalata o takeover.

La norma citata è posta a difesa dei soci e non della società, poiché i primi potrebbero essere interessati dall’offerta e quindi non desiderare che essa venga contrastata.

In ogni caso, gli amministratori e i direttori generali sono responsabili per gli atti e le operazioni compiuti.

Tornando ad analizzare i principi considerati dalla direttiva europea, oltre a quello della passivity rule, che, come si è appena visto, può prevedere l’adozione di misure di difesa durante l’offerta (post-bid defences), si hanno anche il principio della breakthrough rule, che rende inefficaci alcune difese preventive (pre-bid defences) durante l’offerta o in momenti successivi, difese costituite da norme statutarie che ostacolano l’esercizio del controllo da parte di chi ha acquistato la maggioranza azionaria come, ad esempio, i limiti ai diritti di voto, le azioni a voto plurimo o il trasferimento di azioni, e il principio della clausola di reciprocità che riguarda la possibilità, da parte di società di uno Stato membro, che applicano la passivity rule o la breakthrough rule, di non rispettare questi principi nel caso in cui siano oggetto di un’Opa lanciata da un offerente non soggetto alle stesse norme.

Definiti gli aspetti regolamentari, può essere interessante soffermarsi brevemente su alcuni aspetti più tecnici della materia. Questo approfondimento permette anche di chiarire alcuni termini usati nel linguaggio finanziario.

Una società, i cui titoli sono oggetto di un’offerta può difendersi dalla scalata, fondamentalmente, in tre modi
chiamare in soccorso una terza società, definita cavaliere bianco o White Knight, al fine di proporre un’offerta concorrente;
aumentare il costo dell’operazione che deve essere sostenuto dall’offerente, mediante opportune operazioni, come ad esempio convertire azioni con voto limitato in azioni con diritto di voto pieno (azioni di risparmio in azioni ordinarie), aumentare il capitale sociale, acquistare azioni proprie per sostenere la quotazione, effettuare operazioni di concambio a condizioni convenienti;
dismettere alcune attività, così da svalutare la società e ridurre l’interesse dell’offerente.

Queste operazioni sono denominate con la colorita espressione anglosassone poison pill, espressione in uso anche in Italia e di cui ci siamo appropriati traducendola nella nostra lingua in pillole avvelenate.

Molto interessante.