Come Scegliere un Conto Corrente

Il conto corrente bancario rende più agevole l’amministrazione dei risparmi e le operazioni di entrata e di uscita del denaro (spese, prelievi). La banca custodisce i tuoi risparmi in totale sicurezza sull’ammontare della cifra e sulle rendite vincolate. Inoltre fornisce al cliente una serie di operazioni di accredito sui pagamenti delle bollette, sugli incassi, sul libretto degli assegni, sullo stipendio, sui bonifici bancari e sulle carte di credito.

Relativamente al bonifico, è importante sapere che il conto è necessario solo per riceverli. Possono infatti essere fatti verso altre persone anche se non si dispone di un conto, portando il denaro in banca. Per dettagli è possibile vedere questa guida sul sito Ilbonificobancario.com.

Prima di aprire un conto, pondera bene la convenienza dei costi di ciascuna prestazione che eventualmente, qualora tu lo decida, ti verrà accreditata sul conto corrente. Quando, poi, avrai scelto la tipologia di conto presenta in banca il tuo documento di identità valido, altrimenti l’operatore non potrà procedere con la stipula del contratto e la conseguente tua sottoscrizione.

Ma quali sono le reali esigenze per aprire un conto? Valuta quante operazioni al mese tu abbia intenzione di effettuare su un eventuale conto, visto cheil variare dei costi cresce esponenzialmente in rapporto al numero dei movimenti. Chiedi alla banca quali cautele adottare a garanzia di sicurezza onde evitare eventuali frodi. Consulta anche il sito internet della tua banca nella pagina dedicata alle condizioni di sicurezza. Questo è importante soprattutto per quanto riguarda i conti on line.

Usa, come strumento di garanzia nei pagamenti, la carta di credito che, oltre tutto, non comporta spese aggiuntive per il cliente. I prelievi di contante allo sportello, invece, possono generare spese aggiuntive. Per evitarle è opportuno che tu preveli denaro dagli sportelli automatici, quelli allocati all’entrata delle banche.

Operazioni Straordinarie nella Gestione Aziendale

Risulta essere abbastanza recente nel tempo il dilagare della moda dei cosiddetti “buy back” anche a Piazza Affari: tale operazione consiste sostanzialmente nell’acquisto da parte di una determinata società quotata di azioni proprie presenti sul mercato. Sono due le principali ragioni per cui le società tendono a ricorrere a questo tipo di operazione particolare: 1)ridurre il costo del capitale; 2)segnalare al mercato che il prezzo del titolo in borsa è sottovalutato. Il buy back è, quindi, anzitutto uno strumento volto a rendere più leggero il peso della remunerazione del capitale attraverso la diminuzione del numero delle azioni in circolazione. L’operazione può essere gestita anche al fine di togliere dal mercato le azioni di risparmio, che per l’azienda rappresentano l’onere maggiore da remunerare. Al di là delle logiche aziendali di risparmio sui costi, la società che prende la decisione di riacquistare azioni proprie compie in effetti un’azione di immagine. Tale società andrà infatti a mostrare in questo modo la sua totale fiducia nelle potenzialità future del titolo e, ritenendolo penalizzato in maniera ingiusta, ritiene di dover intervenire in suo sostegno. La giustificazione che sta dietro questo ragionamento è la seguente: se un’azienda non ritenesse sottovalutati i propri titoli non disperderebbe mai liquidità per riacquistarli, ma impiegherebbe i fondi disponibili per altri investimenti, probabilmente più remunerativi.

La moda dei buy back
Oltre ai due motivi appena accennati, vi sono anche altre considerazioni di ordine pratico che possono indurre le società quotate a ricorrere al buy back. Ritirando azioni dal mercato e trasferendole nei forzieri della società, infatti, si allontanano le possibilità di scalate ostili. Nel frattempo si vanno a immagazzinare azioni che possono essere cedute in futuro come strumenti di scambio, in occasione di eventuali fusioni con altre società. Sono ancora due le possibilità: o le azioni vengono cedute a soci di minoranza che intendono uscire dalla compagine azionaria, o sono utilizzate per le operazioni di stock option, ovvero di remunerazione dei dipendenti attraverso l’assegnazione di quantitativi di azioni. Operazioni di buy back possono inoltre essere usate dalla società per riacquistare l’intero pacchetto di controllo di società controllate in un’ottica di successiva cancellazione dal listino e cessione a terzi di queste ultime. Bisogna poi tenere conto che con l’acquisto di azioni proprie si riduce il capitale sociale in circolazione, cosa questa che, a parità di profitti, fa innalzare l’utile per azione da distribuire ai soci e consente anche di aumentare la redditività dei mezzi propri dell’azienda, il cosiddetto Roe (Return on equity). A favorire il ricorso all’acquisto di azioni proprie è infine la presenza di bassi tassi di interesse.

Operazioni di cessione
Le operazioni di cessione si presentano quando la proprietà di un’azienda o di un ramo di essa viene ceduta a terzi contro un corrispettivo che può essere stabilito in denaro o in quote o in azioni di società. Il prezzo di cessione viene fissato tra le parti in base alla loro forza contrattuale, sulla base di un bilancio straordinario che valuta l’azienda come unico complesso in grado di generare reddito e ne determina in questo modo il valore economico. Il contratto di cessione comporta il subentro dell’acquirente in tutti i contratti in corso di esecuzione relativi all’azienda ceduta.

Operazioni di fusione
Le fusioni avvengono quando due o più società si estinguono, dando origine a una nuova società o quando una società ne incorpora un’altra. In quest’ultimo caso si parla appunto di fusione per incorporazione. I consigli di amministrazione redigono al riguardo un prospetto di fusione che deve essere presentato alle assemblee per l’approvazione.

Operazioni di trasformazione
Le trasformazioni sono quelle operazioni con cui una società modifica il proprio atto costitutivo e cambia quindi forma sociale. In particolare, la legge impone la trasformazione alle società di capitali che, per effetto delle perdite, presentano un capitale al di sotto del minimo legale. Con la trasformazione la società non si estingue: vengono quindi mantenuti i rapporti giuridici preesistenti e la continuità dei valori contabili.

Operazioni di scorporo
Le operazioni di scorporo tendono a manifestarsi quando una società preesistente, la quale continua ad esistere, conferisce la propria azienda, o un ramo di essa, in una nuova società appositamente costituita o in un’altra già esistente, ricevendo in contropartita azioni o quote. Si ricorre solitamente allo scorporo quando, ad esempio, si vogliono separare rami di gestione attiva da quelli in crisi, esternalizzare alcuni servizi o più in generale andare a migliorare l’efficienza dell’azienda, rendendola in tal modo più snella. Molto frequente sono soprattutto gli scorpori dei rami immobiliari con conferimento a nuova società e successiva quotazione in borsa.

Operazioni di liquidazione
Le operazioni di liquidazione avvengono invece quando una determinata azienda cessa la propria attività. Le attività vengono dunque riconvertite in denaro e le passività estinte con pagamento dei creditori. La liquidazione può essere volontaria, quando viene attuata per una decisione dei soci, oppure può essere anche forzata, quando viene imposta dall’autorità giudiziaria secondo i modi che sono stati stabiliti e previsti dalla legge.

Come Investire in Azioni

Le azioni sono la principale merce oggetto di scambio sui mercati azionari. Le aziende, per poter funzionare, hanno bisogno in maniera costante di capitali e hanno due modi per procurarseli: 1)ricorrere al prestito bancario; 2)rivolgersi sul mercato dei capitali attraverso la quotazione in borsa. In questo secondo caso, quando una società decide di quotarsi sul mercato azionario, decide anche di rinunciare a una parte del proprio capitale sociale, inteso come ammontare delle azioni sottoscritte dai soci al momento della fondazione della società. Chi acquista azioni diventa socio della società con tutti i relativi diritti e doveri che ciò comporta.

Le varie categorie di azioni
Le azioni che una società può emettere possono essere sostanzialmente di tre tipi. Vediamoli insieme.

Azioni ordinarie. Sono le azioni più diffuse e l’unico tipo azionario che dà il diritto di partecipare attivamente alla vita della società, con possibilità di intervento sia alle assemblee ordinarie che a quelle straordinarie. Fiscalmente, le azioni ordinarie sono dei titoli nominativi, ovvero titoli intestati all’azionista che viene iscritto nello specifico registro tenuto dalla società: dunque possedere azioni ordinarie non permette di godere dell’anonimato fiscale. Il possesso di questa tipologia di azioni comporta diversi obblighi e diritti, tra cui i più importanti sono: 1)diritto di voto e di intervento in sede assembleare, permettendo al socio di partecipare alla gestione della società e all’approvazione del bilancio; 2)diritto d’opzione, nei casi di assegnazione gratuita di nuove azioni e di aumento a pagamento del capitale; 3)diritto di liquidazione, ovvero il rimborso delle azioni in caso di scioglimento della società; 4)diritto di recesso, cioè il rimborso delle azioni in caso di dissenso del socio sul cambiamento dell’oggetto sociale o trasferimento di sede; 5)diritto di impugnazione delle delibere assembleari; 6)diritto di richiedere la convocazione dell’assemblea; 7)diritto di denuncia in tribunale; 8) diritto di denuncia al collegio sindacale.

Azioni privilegiate. Rispetto alle azioni ordinarie, esse incorporano – come dice lo stesso nome – un privilegio che riguarda la ripartizione degli utili e quella del capitale in caso di scioglimento della società. Chi detiene questo tipo di azioni ha diritto di priorità nella distribuzione dei dividendi, diritto determinato discrezionalmente dalla società. In cambio però di questi privilegi, i possessori di azioni privilegiate non possono partecipare alle assemblee ordinarie.

Azioni di risparmio. La loro introduzione risale al 1974 e possono essere emesse solo da società quotate in borsa: il loro importo non può superare, unitamente alle altre azioni a voto limitato, la metà del capitale sociale. Ai possessori non è permesso di partecipare a nessuna assemblea, ma viene comunque fornita una serie di privilegi (prelazione di rimborso sugli altri tipi di azioni in caso di liquidazione, dividendo superiore al 2% rispetto a quello distribuito alle azioni ordinarie…). Le azioni di risparmio sono titoli al portatore e possono essere trasformate in titoli nominativi solo su richiesta del possessore.

Quali azioni scegliere
A seconda della categoria di appartenenza le azioni offrono rendimenti diversi e inglobano diritti diversi. Se le azioni privilegiate e quelle di risparmio offrono senza dubbio una remunerazione più generosa, quelle ordinarie danno maggiori possibilità di guadagno nel caso diventino oggetto di scalata in borsa, una situazione che al piccolo azionista conviene sempre sfruttare in quanto di solito porta il titolo alle stelle.

Investire in azioni
L’investimento in azioni è considerato uno dei più rischiosi. La regola generale è: “non investire in borsa più di quello che si è disposti a perdere“. Se il titolo scende, infatti, ci può essere una perdita in conto capitale, che rimane però teorica fino a che non si vendono le azioni. A garanzia dell’investitore, l’impresa mette a disposizione la sua patrimonializzazione, ovvero immobili e titoli di Stato detenuti in portafoglio. In relazione all’investimento in borsa possiamo avere tre diversi tipi di risparmiatore: a) il cassettista, che compra titoli che poi tiene nel “cassetto”, b)lo speculatore, c)il dinamico. Generalmente a ognuna di queste tre tipologie di investitori corrispondono esigenze economiche diverse e una differente propensione al rischio, più elevata per lo speculatore e più moderata per il cassettista.

Quanto rendono le azioni
Le azioni sono dei titoli a reddito variabile e il loro rendimento dipende essenzialmente dall’utile netto che le società quotate riescono a produrre e che decidono di distribuire ai loro azionisti. Il valore dell’azione è rappresentato dal suo valore sul mercato: esso è tanto più elevato quanto maggiori sono le prospettive per la società di continuare a fare utili. La remuneratività di una società quotata dipende anche dalla possibilità di conseguire un capital gain, ovvero un guadagno derivante dalla vendita di titoli azionari a un prezzo superiore a quello di acquisto.

Blue chips e Small cap
Anche all’interno di una stessa categoria le azioni non sono tutte uguali: rapportando infatti la capitalizzazione di una società alla capitalizzazione dell’intero listino si ottiene il peso relativo della società stessa. Le società con una capitalizzazione maggiore sono le cosiddette Blue Chips, quelle che possono contare su una più elevata affermazione tra il pubblico. Le 30 società con la capitalizzazione più elevata quotate sul listino milanese formano tra l’altro il Mib30, un indice di borsa appositamente pensato per valutare l’andamento dei titoli più gettonati di Piazza Affari.

Sicav e Fondi Esteri

Spesso sentiamo parlare di Sicav, che letteralmente sono delle “società di investimento a capitale variabile“, nate in origine in Francia e in Lussemburgo. Per evitare confusione riguardo alla loro definizione, facciamo chiarezza anzitutto dal punto di vista terminologico.

Le Sicav
Le Sicav funzionano di fatto come un normale fondo comune. Acquistando le quote di una Sicav, giuridicamente, si diventa soci della stessa: è dunque come acquistare azioni della società. Ciò è un vantaggio, perché permette di poter accedere alle assemblee della società e prendere la parola in qualità di socio-azionista. Ma, nelle Sicav, manca la distinzione netta tra patrimonio della società di gestione e il patrimonio del fondo. Infatti, come già accennato, le Sicav è un organismo a capitale variabile: infatti, il patrimonio che gestisce aumenta o diminuisce a seconda che crescano o diminuiscano i sottoscrittori, che possono entrare e uscire in qualsiasi momento. Le Sicav, poi, hanno un’altra particolarità rispetto ai fondi: si presentano nella forma di multicomparto, ovvero dentro un unico strumento vi sono vari comparti (azionario, obbligazionario…) al fine di permettere un più agevole accesso per il sottoscrittore dall’uno all’altro.

Fondi e Sicav lussemburghesi storici
Fondi e Sicav di diritto lussemburghese sono stati i primi strumenti di questo tipo venduti ai risparmiatori italiani. I primi strumenti di tale genere sono stati Fonditalia (nato nel 1968) e Capitalitalia, creata dal Credito Italiano in Lussemburgo nel 1969. ancora oggi tali fondi sono ben radicati nel tessuto italiano: sono in tutto e per tutto identici ai prodotti italiani sul piano fiscale (tassazione al 12,5%).

Fondi e Sicav esteri
Questi fondi di diritto estero, spesso di origine irlandese, ma anche lussemburghese, sono nati intorno alla fine degli anni ‘90. Già nel 2000 avevano ottenuto un successo senza precedenti. La preferenza da parte dei risparmiatori italiani nei confronti di questi fondi è sempre stata dettata dal fatto di essere sì fondi esteri, ma sempre armonizzati UE, e che pagano dunque un’imposta simile a quella italiana.

Le gestioni patrimoniali in fondi
Dal 1996 sono poi apparse in Italia le Gestioni Patrimoniali in Fondi (GPF) e le polizze vita unit linked, che investono in fondi più o meno come fanno i gestori patrimoniali in fondi.

Il prospetto informativo
Le domande che più spesso i sottoscrittori rivolgono ai promotori finanziari riguardano come investire il fondo, quali commissioni si pagano, quale commissione si deve pagare se si passa da un fondo a un altro…Una risposta esauriente a tutti questi quesiti viene fornita da un documento che pochi leggono e che invece dovrebbe quantomeno essere sfogliato. È il prospetto informativo, obbligatorio per legge, il quale contiene tutte le informazioni necessarie e utili per chi decide di affidare i propri risparmi a questo strumento. Leggendolo, a molti potrebbero venire in mente circostanze che non sono state nemmeno considerate quando si è parlato col promotore finanziario.

Come è suddiviso. Il prospetto si compone di due parti: la prima parte è dedicata alle caratteristiche generali del fondo, mentre la seconda va ad analizzare il rapporto tra rischio e rendimento del prodotto. Nella prima parte, inoltre, è anche descritto il cosiddetto “benchmark” ovvero l’indice o l’insieme degli indici presi a riferimento dal gestore del fondo. Questo benchmark dà la possibilità al sottoscrittore di verificare in maniera più efficace le capacità del gestore nel corso del tempo. Nella seconda parte del prospetto sono poi riportati e indicati un grafico a barre che illustra il rendimento del fondo e un grafico del benchmark negli ultimi dieci anni. Un dato particolarmente interessante presente in questa seconda parte è il rapporto percentuale, riferito agli ultimi tre anni, fra il totale degli “oneri invisibili” (quelli cioè a carico del fondo) e il patrimonio medio dello stesso. Gli oneri invisibili più rilevanti sono quelli “di negoziazione”: quindi, ad esempio, quei fondi che movimentano in misura maggiore il portafoglio avranno spese più alte.

Alcuni consigli pratici. Quando l’acquisto di fondi avviene tramite la vendita al domicilio del cliente vi sono sette giorni di tempo per poter chiedere la restituzione di quanto versato: si tratta del famoso “diritto di recesso“. A proposito del versamento, non dev’essere dimenticato il fatto che esso deve avvenire mediante assegni bancari o circolari non trasferibili intestati alla società di gestione del fondo: non si deve in nessun caso pagare con assegni intestati al promotore finanziario.

Il trattamento fiscale dei vari fondi
Le plusvalenze da Sicav estere si trattano sempre e comunque con la ritenuta del 12,5%: quindi le minusvalenze non possono essere dedotte da quelle plusvalenze. Per lo stesso strumento si hanno dunque due differenti categorie di redditi a seconda che vi sia stato un guadagno o una perdita (in caso di plusvalenza si avrà un reddito da capitale, se invece ci troviamo di fronte ad una minusvalenza si avrà un reddito diverso). Fino a quando le due categorie non potranno essere “compensate” sarà necessario “annacquare” le plusvalenze, quando ovviamente ciò sarà possibile: per operare in tal modo si potrebbe, ad esempio, passare a un altro comparto della Sicav.

Come Aprire un Conto Corrente

A seguito delle recenti novità introdotte dal governo Monti, l’apertura di un conto corrente è divenuta necessaria per chiunque.

Poichè è stata introdotta la limitazione di 1000 euro alla circolazione del denaro contante, il conto corrente è infatti ormai indispensabile per ricevere l’accredito dello stipendio o della pensione, effettuare bonifici, ricevere Rid, incassare o emettere Assegni, disporre di mezzi di pagamento elettronici.

Innanzitutto occorre procedere alla scelta della Banca e quindi anche a scegliere il conto più adatto a soddisfare le nostre esigenze, infine si può procedere all’apertura.

Aprire un conto corrente bancario è consentito alle persone fisiche maggiorenni e con capacità di intendere, alle aziende, agli enti e alle associazioni.

Può essere intestato a una o anche più persone, e la procedura attualmente in vigore prevede:

l’identificazione della persona (mediante esibizione di un documento di identità non scaduto e codice fiscale),
la sottoscrizione dell’apposito contratto,
la compilazione della documentazione prevista dalla normativa antiriciclaggio,
la sottoscrizione del consenso al trattamento dei dati personali e sensibili (privacy)
il deposito della firma

Se il contratto di conto corrente è intestato a più di una persona, si parla di Conto corrente cointestato. In questo caso è necessario specificare se l’operatività del conto è :
a firma disgiunta o libera : ogni intestatario può liberamente disporre del conto
a firma congiunta: ogni disposizione (assegni, bonifici, etc.) richiede la contemporanea sottoscrizione di tutti gli intestatari
a firme abbinate: ogni disposizione richiede la contemporanea sottoscrizione di almeno due intestatari.
Ogni operazione effettuata viene definita movimentazione, sono quindi movimentazioni ogni emissione di assegno, utilizzo di sportello bancomat, bonifici e pagamenti.

Il saldo del conto è determinato dalla differenza tra i versamenti di denaro effettuati sul conto ed i prelevamenti/pagamenti effettuati .

Un saldo positivo può generare interessi positivi pagati dalla banca al cliente, sui quali viene praticata una tassazione. In ogni caso il conto corrente bancario non deve essere considerato uno strumento di risparmio, né tantomeno di investimento, e quindi non è opportuno mantenere una giacenza molto superiore alle proprie necessità correnti.

Al contrario un saldo negativo genera interessi negativi (…quindi ulteriori costi). Quest’ultima eventualità è possibile solo nel caso in cui al correntista sia stato riconosciuto un fido, cioè la possibilità di essere finanziato dalla banca anche se sul conto non ci sono soldi.

Ovviamente alla banca conviene avere conti correnti bancari molto movimentati, in quanto applica una commissione ad ogni operazione effettuata, quindi più operazioni = più costi.